Natale, quanti ricordi!

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(di Totò Sciandra)

 “Mo veni Natali,

nun tiegnu dinari,

mi pigliu na pippa

e mi mintu a fumari.”

era questo il ritornello che si cominciava a sentire qualche giorno dopo la fiera dei morti, mentre agli inizi di dicembre, i più anziani, specialmente se il tempo si metteva al brutto, cominciavano a recitare:

“Sant’Andria purtau la nova

ch’allu sia è di Nicola,

all’uottu è di Maria,

allu tridici è di Lucia,

allu vinticincu lu veru Messia”

presepe_c00Si cominciava a creare l’atmosfera del Natale, la festa la sentivi nell’aria, negli atteggiamenti, nei preparativi.

La sentivi nelle ossa.

Ogni cosa, come tutti gli anni, si vestiva di fiaba.

Il 6 dicembre, San Nicola, a ze’ Rosa i Griguriu “frijve” cullurielli, grispelle, monacelle per tutto il vicinato.

Ninella, la figlia, con un paio di “tappine” ai piedi, passava di porta in porta col piatto pieno: lo faceva sempre, per “bonaguriu”.

Cominciava il lungo ciclo ‑ un mese esatto ‑ delle festività natalizie: il primo assaggio.

Il 7 dicembre, vigilia dell’Immacolata, giornata di digiuno, si mangiava la sera che finiva con la prima tombolata.

Il pranzo di giorno otto era il ragù con maccheroni e il riciclaggio dei piatti della sera precedente. Era un po’ la prova generale del 24 e 25 dicembre.

Si preparava il Presepio.

Tutti alla ricerca dei sacchi vuoti di cemento, di murtilla, panichelle, cucummiri con frutti e rami di aranci e mandarini.

La colla di farina: odori e sapori… e la Ninna.

Tutti eravamo catturati dalla frenesia dei preparativi.

‑ Tirè, ha’ frittu??…

‑ Ha’ fattu i cosicelli d’ova??…

‑ Ha cumpratu l’assenze? St’annu cchi liquori fa’??…

‑ ’A mamma s’è misa ’i tannu… Ha fattu: Rosolio, Mille fiori, Strega, Alchermisa, Crema cannella e sacciu cchi cchiù!

Era questo un tipico scambio di notizie di quei giorni.

In effetti, agli inizi di dicembre, si preparavano i liquori per Natale, Capodanno e l’Epifania.

I liquori poi venivano messi in simpatiche bottiglie a forma di donna nuda o di donnina o di pagliaccio e coloravano, spesso di fantasia, le vetrine del buffet della sala da pranzo.

La “frittura” era un rito sacro.

Mia nonna Maria era fissata che una buona frittura dipendeva non solo da una solida “frissura”, dall’olio di oliva e dalla giusta lievitazione della pasta, ma anche dal tipo di legna che si usava per ardere il fuoco: occorrevano bei “cippi” di quercia, rami secchi di alloro e sarmenti di viti.

Chissà perché?

“Turdilli”, “scalilli”, “cosicelli d’ova” e “mastazzoli” erano le prime “provviste”.

Le “lannie” con i mastazzoli venivano portate all’alba dal fornaio (si dovevano fare rigorosamente dei turni e rispettare gli orari), quindi i lavori cominciavano ch’era ancora buio, prima dell’alba.

Odori di mandorle abbrustolite (mia nonna le preparava il giorno prima “ccu llu spitillu” dell’orzo, poi le nascondeva per non farcele trovare: si lamentava sempre che erano poche), miele (per i mastazzoli si usava miele di fico, più scuro, mentre per scalilli, turdilli ecc. quello di zagara o di acacia ch’erano più profumati, ma ch’erano un lusso di pochi), confetti colorati, “diavulilli”, confetti a cannellini, cioccolatini.

presepe_c02Il bello era quando questi dolci venivano “atturrati”.

Nel frattempo, con il caldo del fuoco acceso, si metteva a lievitare la pasta dei cullurielli in una “majelluzza”: se ne friggevano ceste!

Per ultime si friggevano le monacelle e tutto il vicinato riceveva la sua porzione.

La cena della vigilia di Natale era fantastica.

Primo piatto: “pasta e mullica”. Si conservava una “pitta” di pane, rigorosamente di Carolei, per la mollica, si sceglievano “du tiniellu” gli alici salati “cchiù cunchiuti”, erano importantissime per il sapore, aglio, olio extravergine d’oliva, peperoncino o “pipu pisatu”. I vermicelli erano quelli della marca “Filippone”, nella confezione dalla carta blu‑oltremare, con un ovale che racchiudeva una contadina con in mano un fascio di spighe dorate di grano (la carta poi veniva riciclata per foderare i libri).

Il “padrone” della tavola, il 24 a sera, era il baccalà in umido, fritto, con i broccoli; gli altri piatti erano “di magro”: cavolfiori (“pitticelle” o ad insalata con olio e aceto), broccoli, carote (“pastinache ’nsanza”), insalata riccia e finocchi.

A centrotavola un’alzatina di vetro a tre ripiani offriva un ampio campionario di frutta molto vario: mele, meloncelle, arancie, mandarini (con le cui bucce si puntava quando si giocava a tombola, dopo cena), noci, castagne infornate e le crocette messe in bella vista con quell’odore accattivante di cannella macinata spruzzata sopra lo zucchero.

Melone giallo (messo a maturare fin dall’estate nella rete appesa ad un chiodo fuori dalla finestra) e l’immancabile piatto di lupini per il vino rosso di Cannaviva o Camoli.

A tavola c’era sempre un posto in più: quello “d’u Santu Bomminu”.

A mezzanotte tutti a messa.

Ritornati dalla Chiesa, fra fontanelle e girandole, si metteva il Messia nella grotta: tutti, intonati e stonati, cantavamo le più belle canzoni della tradizione:

“E’ la notte ohi! di Natale

ohi! chi festa, ohi! principale

ed è nato nostru Signore

dintra na povera ohi! mangiatura,

e lu vo’ e l’asiniellu

e Maria chi l’adurava…

Fai la ninna, fai la nanna…”


Filumena era la voce principale, noi facevamo il coro. Ma io ero attratto ed estasiato quando la stessa Filumena cantava i versi del Padula:

“Duormi bellezza mia, duormi e riposa:

chiudi a vuccuzza chi pari ‘na rosa!

Dormi squitatu, ca ti guardu iu,

zuccaru miu…zuccaru miu”…

(negli anni ’80 questa ninna l’ha rimusicata il Maestro Cipriano Martire con eccellente risultato).

Chiudeva “Tu scendi dalle stelle”.

Atmosfera d’altri tempi.

Il giorno di Natale “pasta china”: tripolina o mafaldina con polpettine di carne, uova sode, formaggio, salciccia.

Veniva cotta al forno.

Molti andavano dai fornai. Noi avevamo il “forno di campagna”. Per una buona cottura era necessario “fuocu ’i sutta e fuocu ’i supra”.

Un anno abbiamo mangiato “pasta china e cinnara”.

Mia sorella Clara, per accendere il lumino davanti alla capanna del presepio, una volta ha dato fuoco alla paglia della mangiatoia e fu subito un falò. Mio zio Vittorio, preso il presepio per portarlo fuori, non potè fare a meno di evitare il passaggio sopra la tavola imbandita.

Piovve di tutto, ma ‑ passato lo spavento ‑ si ricominciò il pranzo.

Il “secondo” era quasi sempre un gallo: i più lo facevano disossato e ripieno. Poi sul tavolo ricompariva tutto quello che era rimasto dalla sera della Vigilia.

Dopo pranzo ancora tombola, ma questa volta all’aperto con Turu Turu.

La sera del 31 dicembre, dopo il cenone (la sola differenza con la vigilia di Natale era la comparsa della carne, mentre le altre pietanze erano copia conforme di quelle del 24), si andava a giocare a casa di parenti o di amici.

Da Vincenzino Del Pizzo (qui ci scappava anche la ballata) o da Vincenzo Cortese.

Venti o più persone: una folla!

L’Epifania era soprattutto l’attesa del 5 a sera.

Per cena la regola delle 13 cose (pietanze), era rigorosamente rispettata.

Chi non riusciva a raggiungere il numero, metteva in conto anche le posate e le stoviglie.

Il 6 pianti e sorrisi.

Un anno, al mattino, uscito per strada per incontrare i compagni, le mie furono lacrime di dolore.

Micu ’i Colla e Pinuzzu Carapellese con due biciclette nuove fiammanti, una rossa ed una azzurra, con le rotelle da supporto, scorazzavano per la Calavecchia.

La mia Befana non era ancora arrivata, mi dicevano che forse sarebbe arrivata a mezzogiorno.

Io mi chiedevo: “Ma non è lo stesso quartiere?”.

“Ricuordi di Natale addormisciuti

ve risbigliati ogn’annu, o affezionati!

Vue siti sempri li buonuvenuti

ca’ li virdanni a mie vue ricurdati;

d’i suonni d’uoru mie, moni sprejuti,

di fuorti amuri mie, moni orvicati,

parratimi, o ricuordi risbigliati,

duci ricuordi mie, buonuvenuti!”

(da “ ’A focara ” di Michele Pene)

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