‘a frittata ‘i Carnalavaru

Frittata di Carnevale Amantea BN

“Duminica, luni e marte
s’abbannunanu tutte l’arte
sunu i tri juarni i carnilevari
e si pensa a cancariari”

Questo era l’antico adagio con cui tutti, grandi e piccini, poveri e ricchi, affrontavano i giorni in cui si festeggiava da noi il carnevale.

Il nostro era un carnevale “povero”, ma grasso.

Povero perché la maggior parte delle maschere (i “masc‑carati”) per “vestirsi” usavano tutto quello che trovavano in casa, nei solai o nei bauli delle nonne.

Le sfilate erano così affollate di spose, di “coscinuti” (gobbi), di pulcinella (erano coloro i quali appartenevano alle congreghe di cui usavano l’abito senza la mantellina), di soldati, di “banditi” (cowboy), di vecchi e di “Carnilevari” e “Quaraisima”.

Tutti i ragazzi si vestivano di “masc‑carati” e la domenica pomeriggio andavano a visitare le campagne dove i nostri contadini erano prodighi di ogni ben di Dio: salsiccie, soppressate, “tuma”, uova, grasso, “risimoglia”, vino e tantissima altra roba (i loro gesti antichi erano anche bene auguranti per l’intera stagione dei raccolti).

La salsiccia, le uova, il formaggio, il grasso e la “risimoglia” erano gli ingredienti principali con cui si faceva la frittata di vermicelli oppure quella, più povera, di farina (che però è usata tradizionalmente a Lago (CS))

La frittata comunque più “roba” aveva, più era saporita.

Una variante, infatti, per essere più ricca, dicevano i nostri nonni, era quella che nel ripieno prevedeva anche le polpette di carne tritata di maiale.

La sera del martedì grasso, nelle cantine del paese, la conclusione del Carnevale era salutata, dopo il “pieno” del rosso marcigliano delle nostre contrade (Gallo, S. Pietro, Camoli, ecc.), con la stornellata a lode della polpetta:

“ ’a purpetta gioia mia
è ’na cosa t’arricrije
ti la mangi cu gulìa
e pùa ci canti lu cucuru‑cù
e cù e cucuru‑cù
e di nannuzzi chi ni vò chiù?!…
e cù e cucuru‑cù
e di nannuzzi chi ni vò chiù?!

Come si capisce, tutti i salmi finiscono in gloria.

Si finiva, cioè, col mangiare a crepapelle, tant’è che a mezzanotte si “festeggiava” la morte di Carnilevari e ad Amantea, in “Piazza” (Corso Umberto I), dopo essere “crepato” per l’abbuffata pantagruelica, il fantoccio che lo rappresentava, addobbato con “camastre” di salciccie e col fiasco di vino in mano, veniva messo al rogo e bruciato (simbolo della purificazione) mentre da lontano appariva una vecchia smunta e scarnificata che rappresentava la Quaresima (Quaraisima), periodo di astinenza dalla carne e di preparazione alla Pasqua. (…)

Testo di Salvatore Sciandra

Frittata di Carnevale Amantea BN

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